I precari della ricerca si uniscono agli operai di Pomigliano d’Arco contro le risposte autoritarie alla crisi

21 giugno 2010

Gli invisibili della ricerca, riuniti nel “Coordinamento nazionale dei precari dell’università FLC-CGIL”, manifestano la propria solidarietà ai lavoratori dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco costretti alla grave scelta tra diritti e lavoro.

I precari della ricerca, da un decennio afflitti dalla perdurante assenza di diritti previdenziali, assistenziali e sindacali, schiacciati dal peso di un lavoro con retribuzioni esigue o nulle, chiedono ad una sola voce con gli operai di Pomigliano che il rispetto dei diritti dei lavoratori sanciti dall’art. 23 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo – promossa dalle Nazioni Unite per tutti gli stati membri – venga posto come priorità nell’affrontare la crisi economico-finanziaria che sta investendo l’occidente industrializzato.  Crisi che è innanzitutto della cultura e della politica, incapace in Italia di offrire soluzioni alla contrazione economica che salvaguardino la partecipazione e l’equità fra i lavoratori: ne derivano, da una parte, i tagli all’istruzione pubblica, che tradotti in termini sociali corrispondono al licenziamento di decine di migliaia di docenti-ricercatori precari; dall’altra un modello autoritario dove è “l’ideologia” ad organizzare il lavoro, anziché la “scienza” come accadeva ad esempio nelle fabbriche di Adriano Olivetti.

La resistenza all’accettazione passiva del regresso culturale, politico e sociale che annulla le conquiste delle nostre madri e dei nostri padri, ci unisce agli operai in questa battaglia che assume valore di simbolo – noi col peccato originale del lavoro intellettuale – nel ribadire che non c’è colpa da espiare.

Il 25 Giugno i precari della ricerca e dell’università saranno a fianco dei lavoratori di Pomigliano d’Arco nel giorno dello sciopero generale indetto dalla CGIL.

Roma, 21 giugno 2010
Coordinamento nazionale precari dell’università FLC-CGIL


DDL Gelmini sull’università: è il momento di contrastare una vera e propria contro-riforma

17 maggio 2010

INIZIATIVE IN PROGRAMMA

L’Università italiana è al centro di un insieme di azioni e scelte politiche di Governo destinate a mutarne radicalmente il profilo e la missione. I provvedimenti già adottati e quelli in corso di predisposizione, a partire dalla Legge 133/08 per arrivare al DDL Gelmini attualmente in discussione al Senato, mordono profondamente nella carne del sistema universitario, attaccano in profondità i punti nevralgici del suo funzionamento, e determinano un’alterazione genetica radicale della sua identità.

Il taglio del finanziamento programmato fino al 2013 dalla Legge 133/08 è solo in parte ascrivibile alla logica del risparmio che ha colpito tutta la spesa pubblica. In realtà c’è, nella logica del Governo, anche l’idea di usare la leva finanziaria per “domare” un sistema troppo autonomo, in qualche modo percepito come non amico, o non sufficientemente amico, o decisamente ostile, per la libertà critica che istituzionalmente esprime. Il taglio, oltre a fare cassa, mette il sistema universitario di fronte ad un’alternativa drammatica: o sottomettersi e cooperare al progetto di Governo di ridisegno dell’identità di sistema, o lottare per l’autonomia e la sopravvivenza. Di fronte all’attacco profondo alla natura pubblica, autonoma e democratica del sistema, esiste a nostro avviso un’unica strada: un’azione coerente e coordinata di tutti gli Atenei, e di tutti coloro che nell’Università operano, per riconquistare un terreno di agibilità e sostenibilità del funzionamento. Purtroppo finora non è andata così: la gravità della situazione ha stentato a farsi strada nella consapevolezza degli attori, e la stessa rappresentanza istituzionale del sistema, la Conferenza dei Rettori, non ha prodotto iniziative all’altezza dei problemi in campo. Il Governo ha lavorato bene: la martellante campagna contro l’Università baronale, sede primaria di ogni genere di nequizie, si è accompagnata con la scelta oculata di parole d’ordine del tutto vuote di significato, ma utili a corroborare l’immagine del Governo del “fare”, che affronta di petto i problemi, e ristabilisce ordine, merito e trasparenza. Per questo, il processo di smantellamento dell’Università si sta realizzando in una bolla di silenzio, con un’opinione pubblica del tutto disinformata e non avvertita delle conseguenze a lungo termine dell’azione di Governo, quando non esplicitamente e ideologicamente prevenuta. Spesso anche dentro l’Università, tra i docenti, si stenta a cogliere la portata radicale e strutturale dei provvedimenti, e ci si attarda su punti parzialissimi e specifici, nel tentativo inconscio di trovare qualche lato positivo nel disegno.

A nostro avviso, non è il momento di lavorare di cesello su un impianto che ha bisogno di qualche messa a punto. È il momento di contrastare una vera e propria contro-riforma, e riaffermare i nodi veri che l’Università dovrebbe affrontare: meccanismi di finanziamento, reclutamento ordinario e straordinario, modelli di stato giuridico, diritto allo studio, forme di governo efficace e partecipato, offerta didattica, valutazione e riconoscimento del merito e della qualità. Su tutti questi punti la FLC CGIL, e la maggior parte delle Associazioni della docenza, hanno elaborato da tempo proposte concrete di merito, radicalmente alternative alla ricetta Gelmini di cui oggi si discute.

Da qui occorre ripartire: da come si tiene insieme la natura pubblica e democratica dell’Università, (condizione indispensabile perché essa possa svolgere quel ruolo di garante dell’opportunità dell’accesso al sapere per tutti che la nostra Costituzione prevede), con la qualità media degli esiti formativi e di ricerca per grandi numeri di studenti. Nel progetto di Governo, la risposta alla difficile sfida dell’equilibrio tra Università di massa e Università di qualità è formulata in modo brutalmente semplificatorio: un’Università ridotta nei numeri, povera di risorse pubbliche, governata in modo autoritario e centralizzato da piccole élites, fortemente sottoposta al centralismo ministeriale, in cui il lavoro servile dei precari e degli stessi ricercatori si consolida come modalità stabile di funzionamento, senza reclutamento che nei prossimi anni sostituisca i tanti pensionamenti previsti. Un’Università senza qualità, abbandonata a se stessa; ma anche un’Università per pochi, non in grado di rispondere alla domanda di formazione superiore del Paese.

Per questo la FLC CGIL, insieme con tutte le Organizzazioni e Associazioni della docenza, ha proclamato una settimana di mobilitazione dal 17 al 22 maggio, nella quale si renda visibile, in ogni forma possibile, il malessere che percorre i nostri Atenei: lezioni pubbliche, dibattiti con gli studenti, informazione all’opinione pubblica; una settimana che avrà come momenti clou l’occupazione simbolica dei Rettorati il 18, e la manifestazione davanti al Senato la mattina del 19.

Perché il momento di mobilitarsi è adesso, non a ottobre o novembre, adesso che il DDL è in discussione, prima che il danno venga prodotto.
E occorre mobilitarsi tutti insieme: docenti, ricercatori, precari, lettori, tecnici e amministrativi, studenti. Sbaglia chi si illude di ritagliarsi nel quadro generale soluzioni parziali e di continuare a pensare “io speriamo che me la cavo”. In questo quadro, le soluzioni sono complessive e interdipendenti: non c’è una soluzione vera ai problemi dei ricercatori se non si affrontano in modo adeguato i nodi del reclutamento, del futuro dei giovani, dello stato giuridico che riconosca il lavoro svolto. Non c’è soluzione per il diritto allo studio se non si affronta il nodo del finanziamento. Non c’è soluzione ai temi del merito se non si realizza un vero meccanismo di valutazione.

Si potrebbe continuare a lungo. Vi chiediamo, a tutti voi che operate nell’Università, uno sforzo corale e collettivo di mobilitazione, perché non c’è solo in gioco il destino delle tante persone che hanno fatto dell’Università il centro della propria vita: c’è in ballo il destino di un’istituzione decisiva per la nostra società e il nostro Paese.

Roma, 17 maggio 2010


Comunicato Flc – L’Università italiana è una ricchezza ed un’opportunità per l’intero Paese

15 maggio 2010

La prossima settimana, dal 17 al 22 maggio, le Organizzazioni e associazioni della docenza universitaria hanno indetto una settimana di mobilitazione in tutte le Università.

La mobilitazione avrà i suoi momenti più significativi nell’occupazione dei Rettorati martedì 18 e in una manifestazione a Roma davanti al Senato mercoledì 19 alle ore 10.30.

Le ragioni della protesta sono legate alla drammatica condizione in cui versano gli Atenei per effetto dei tagli al finanziamento in parte già attuati, ed in parte da attuare nel 2011 e 2012. Una proiezione della Conferenza dei Rettori stima al 1 gennaio 2011 il momento di insostenibilità finanziaria per gran parte degli Atenei. Già oggi molte Università sono in una condizione di deficit crescente che impone il taglio dei corsi, dell’offerta formativa, della ricerca; in qualche caso hanno annunciato l’impossibilità a breve di pagare gli stipendi al personale.

A ciò si aggiunge il Disegno di Legge Gelmini in discussione al Senato, che rappresenta una vera e propria controriforma destinata a mutare radicalmente il funzionamento e la missione dell’Università, alterandone la natura aperta e democratica attraverso norme centralistiche e autoritarie, disegnando un’Università pubblica sempre più povera di risorse e qualità, destinata ai pochi che se la possono permettere, con un attacco frontale al diritto allo studio; un’Università governata da élites ristrette, e popolata di precari senza futuro, sottopagati e costretti ad un lavoro servile. Un’Università che nega le opportunità di formazione ai giovani, e che mortifica i talenti e il merito.

La prossima settimana vedrà la protesta di tutti coloro che lavorano negli Atenei: docenti, ricercatori, precari, lettori e personale tecnico-amministrativo insieme con gli studenti. Insieme per dire NO alla distruzione del sistema pubblico di alta formazione, e per ribadire che l’Università italiana è una ricchezza ed un’opportunità per l’intero Paese.

Roma, 14 maggio 2010


Lettera aperta agli atenei italiani

23 aprile 2010

23-04-2010 | Università

Senza progetto non c’è futuro.

E’ il momento di bloccare i licenziamenti dei precari dell’università e della ricerca!

L’11 marzo 2010 si sono chiusi i termini per la presentazione in VII Commissione degli emendamenti al disegno di legge 1905 sulla riforma universitaria. Il testo delle proposte di maggioranza e opposizione e del relatore in commissione è ora visibile sul sito del Senato.

Sebbene siano circa 800 gli emendamenti presentati, appare subito evidente come nessuno di questi introduca alcun elemento di reale contraddizione e come resti confermato l’impianto della proposta di legge, costruita a misura dei soli tagli al finanziamento pubblico del sistema universitario italiano. E nonostante i primi segni di sofferenza in molti atenei il Governo, ad oggi, non ha compiuto alcun passo indietro e insiste con l’irresponsabile politica di riduzione delle risorse per università e ricerca.

A conclusione dei lavori della commissione sono fatti salvi, invece, tutti i percorsi di accentramento dei poteri nella gestione degli atenei, il completamento del processo di privatizzazione delle università ed il controllo diretto del Ministero dell’Economia e delle Finanze sul sistema universitario, subordinando definitivamente il ruolo di produzione e promozione delle conoscenze scientifiche, proprio dell’Università pubblica, alle logiche di mercato e al profitto.

Nessuno degli emendamenti proposti affronta seriamente l’enorme problema dei precari impegnati nella ricerca e nella didattica in tutti gli atenei. Al contrario è particolarmente critico il complesso delle proposte sulle ipotetiche “soluzioni” del precariato e sul reclutamento dei docenti: restando confermata l’eliminazione della fascia dei ricercatori, introdotta dalla 230/05, si cancella l’approdo strutturato all’istituzione universitaria, istituzionalizzando ed allargando, di fatto, la piaga del precariato che già affligge più di una generazione di ricercatori.
Appare, dunque, evidente che l’unica ipotesi condivisa da maggioranza e opposizione sia la “soluzione” del problema del precariato universitario attraverso la cancellazione delle opportunità di lavoro ovvero attraverso l’eliminazione dei ricercatori e dei docenti precari. Resta, infatti, confermato il combinato disposto dall’art. 10 che pone un tetto massimo di dieci anni alla somma tra contratti a tempo determinato e assegni di ricerca; conteggiando questi ultimi in maniera retroattiva e precludendo, di fatto, a chi oggi abbia già svolto più di quattro anni di attività scientifica come assegnista l’accesso ai contratti a tempo determinato (TD).
Tutto ciò sembra preludere ad una sola cosa: l’espulsione di gran parte degli attuali precari, magari anche dei più qualificati, dall’università italiana.

Sono, poi, confermate tutte le forme attualmente vigenti di lavoro precario, particolarmente quelle più odiose come la docenza a contratto a titolo gratuito o le prestazioni d’opera. Anche la tanto discussa tenure track – il percorso certo verso l’immissione in ruolo – in assenza di una disposizione che renda immediatamente disponibili, sin dalla stipula del primo contratto TD, le risorse in programmazione per l’eventuale e definitiva conferma in ruolo, si configura ancora come l’ennesima trafila contrattuale di tipo subordinato che lascia aleatoria, imprevedibile e arbitraria l’assunzione.
In questo scenario l’istituzione della figura del ricercatore TD può, dunque, essere ritenuta accettabile solamente come forma unica, sostitutiva delle innumerevoli figure contrattuali atipiche e irregolari che caratterizzano l’attuale carriera dei ricercatori precari, dalla fase post-dottorato all’assunzione in ruolo, ed in nessun modo può, rimpiazzando quella del ricercatore a tempo indeterminato (TI), contribuire a far slittare oltre ogni umano limite di tempo l’opportunità di accesso alle posizioni TI.

L’astensione da un progetto per il futuro è tema dominante negli esiti del dibattito in commissione. Finanche la proposta di una parte dell’opposizione sul pensionamento a 65 anni di tutto il personale docente e ricercatore con 40 anni di contributi, rischia di convertirsi in una norma che, seppur condivisibile nell’intento di contribuire al ringiovanimento del corpo accademico e al riassorbimento del precariato, appare ancora insufficiente, dal momento che mancano vincoli chiari sulla destinazione delle eventuali risorse liberate per il reclutamento dei precari.
Ancora una volta manca il progetto. Ci si trova di fronte alla stessa lucida indifferenza che la classe politica, da anni in questo tragicamente fedele a se stessa, riserva ad intere generazioni di lavoratori che, inquadrati nelle forme contrattuali più “creative”, hanno contribuito in modo essenziale al funzionamento delle facoltà senza la speranza dell’accesso ai ruoli, impedita dalla sostanziale inadeguatezza dei concorsi per il reclutamento.

Il programma di questo Governo di riduzione delle prospettive di lavoro nell’università e nella ricerca pubblica resta, dunque, confermato e nessun passo avanti è stato fatto sul confronto in tema di precariato universitario; anzi il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca rafforza il muro costruito intorno a sé ed evita di trattare sull’argomento ignorando le grida di allarme sollevate, ormai da anni, dalle diverse organizzazioni dei precari e le numerose, e anche queste ormai “storiche”, proposte di cancellazione del precariato attraverso l’unificazione delle forme contrattuali.
Tutto ciò non può che avvalorare un giudizio radicalmente negativo nei confronti dei provvedimenti governativi e sostenere la necessità di un’opposizione forte e radicale: questo DdL sulla riforma universitaria è da considerarsi inemendabile.

Alla luce di quanto emerso, e qualunque sia l’iter parlamentare del DdL, è sempre più evidente che i ricercatori e i docenti precari debbano conquistare i diritti essenziali di ogni lavoratore che, nell’Università, sono sempre stati loro negati: retribuzioni adeguate, tutele, misure previdenziali, rappresentanza negli organi accademici.
Come già anticipato nella nostra piattaforma nazionale, non solo è urgente aprire tavoli di trattativa a livello nazionale e locale, ma è giunto il momento di chiedere una moratoria sull’allontanamento, leggasi licenziamenti, dei precari dell’università e della ricerca. Qualunque ulteriore esitazione oggi è un lusso: un’intera generazione di lavoratori rischia di essere licenziata per fine contratto con la sola prospettiva della disoccupazione in un mercato del lavoro asfittico e indifferente verso l’esperienza formativa costruita negli anni.

Il coordinamento nazionale dei precari dell’università FLC-CGIL rilancia la necessità di un immediato e ampio confronto sul tema del precariato con i sindacati di categoria, le associazioni ed i movimenti tutti con la prospettiva di costruire un progetto per l’università pubblica in Italia. Qualsiasi riforma condivisa deve partire da un rifiuto delle politiche di tagli e riduzioni, così come da un riconoscimento, che porti ad una valorizzazione, del lavoro essenziale svolto dai docenti e dai ricercatori precari che ogni giorno sostengono sulle proprie spalle il sistema universitario. Si stima, infatti, che i precari della ricerca e della docenza negli atenei italiani siano oggi almeno 40. 000, numero forse sottostimato a causa della mancanza di un’anagrafe d’ateneo capace di includerli. In alcuni atenei, solo grazie all’impegno degli stessi precari, è stato possibile effettuare un censimento: almeno il 50 % del personale impegnato in ricerca e docenza è precario.

Occorre, dunque, rilanciare le iniziative di opposizione in tutti gli atenei italiani. In ogni singolo dipartimento, istituto, facoltà, la protesta deve dilagare coinvolgendo tutta la comunità scientifica nazionale e il mondo della scuola. Oggi gli obiettivi della mobilitazione delle università devono oltrepassare la dimensione della denuncia e della proposta per convergere verso uno stato di agitazione permanente che occupi quotidianamente tutti i luoghi e tutti i meccanismi, impegnando, solidali tra loro, tutti i soggetti in campo contro le riforme antidemocratiche del sistema universitario.

Roma, 23 Aprile 2010

Coordinamento Nazionale Precari Università FLC-CGIL