del caos e della lenta morte: tra Lippi, Gelmini e Tremonti

Ora che l’Italia è fuori dal mondiale possiamo con certezza affermare che il nostro paese  è in crisi.  E’ certamente colpa del figlio di Lippi, ma anche il padre qualche colpa ce l’ha. Per non parlare di un governo il cui capo dell’esecutivo è anche il presidente di una delle più importanti e ricche squadre del nostro campionato. E poi di Sky, che io non mi posso permettere e che mi ha fatto perdere le migliori partite del mondiale… Ma ci pensate?! ognuno di quei calciatori vale quanto una intera annata di reclutamento straordinario “Mussi”!

Del resto le colpe dei padri e quelle dei figli vanno spesso insieme, e in un paese familista come il nostro ci sono pochi padri e i loro rispettivi figli a tenere tutto in mano. E da qualche decennio a questa parte le crisi causate dai padri di alcuni le pagano i figli di tutti gli altri. Un esempio? la manovra Tremonti. 

Il confronto sugli interventi della prossima finanziaria sull’Università è acceso. In particolare sulla cancellazione degli scatti e degli aumenti stipendiali del personale che gravano – tanto per cambiare – sui redditti più bassi e sui più giovani. Dicano quello che vogliono, i primi a pagare sono il personale TA e ricercatori neo assunti, poi i ricercatori nei primi 5 anni, solo dopo associati e ordinari. E se guardiamo fuori, nel mondo delle professioni e dei mestieri, un notaio, ad esempio, non paga proprio nulla. Come un qualsiasi professionista dai lauti guadagni… per non parlare della “casta politica”. Ma scusatemi, questa è anti-politica, una deriva populista, una grillinata o peggio una dipietrata. Però intanto, nel paese la voglia populista cresce, cresce, cresce.

Ma c’è altro in una manovra che per l’Università pesa, e pesa tanto, e di cui pochissimo di parla. A dispetto delle assicurazioni del governo. Non tanto il blocco del turn-over;  la Tremonti semplicemente conferma quanto è già in vigore. Quanto il vincolo a stipulare contratti nel limite del 50% delle risorse spese nel 2010. Ed allora un duplice ordine di problemi: il primo, licenziare la metà dei contrattisti attivati su fondi interni (personale tecnico prevalentemente ma anche docenti a contratto) oppure ridurre loro del 50% i pagamenti. L’altro problema è “di prospettiva”: se viene approvata la Gelmini sarà necessaria una deroga per attivare i nuovi contratti da ricercatore TD (sempre che ci siano i soldi) perché non avendone attivati quest’anno la metà di zero è zero. Insomma, prosegue la macelleria sociale di questo paese nei confronti dei suoi figli più giovani e precari.

Ed allora, qui trovate il link al dibattimento in commisione di una serie sulla manovra: il 16 giugno e il 22 giugno: vale la pena leggere in particolare il NUOVO SCHEMA DI PARERE PROPOSTO DAL PRESIDENTE RELATORE SUL DISEGNO DI LEGGE N. 2228 in allegato alla seduta del 22 giugno.  Come interpretare il parere? bene, come l’espressione della piena consapevolezza da parte della stessa maggioranza che i tagli previsti dalla 133 + il disegno Gelmini + la manovra Tremonti significa la morte dell’Università. E la richiesta, in tono sommesso, al Tremonti di andarci piano. Se volete qui trovate tutti gli emendamenti, ma dalle dichiarazioni di esponenti del governo pare chiaro che l’esecutivo presenti un maxi emendamento che raccoglie anche i parari della maggioranza e ponga quindi la fiducia. Che orami più che uno strumento istituzionale è diventata una professione di fede.

Nel frattempo, negli atenei, il caos regna sovrano. Da qualche parte, ad esempio Lecce, si parla di attivare contratti da ricercatore a tempo determinato con i fondi Mussi. E qualcuno dovrà spiegare a chi ha avuto la bella pensata che la cosa è illegale. Alla Federico II i candidati a Rettore trovano l’accordo solo su due punti: numero programmato e innalzamento delle tasse per gli studenti. Su tutto il resto tante belle idee destinate a rimanere forse sulla carta. A macchia di leopardo docenti e ricercatori bloccano esami e sedute di lauree mentre i ricercatori ritirano la loro disponibilità a ricoprire insegnamenti. In generale gli Atenei aspettano il tracollo del prossimo anno con l’ulteriore sforbiciata al Fondo di Funzionamento Ordinario (circa il 19%, vedi sopra la tabella) sperano che la Gelmini venga approvata presto così forse Tremonti restituisce loro qualcosina di soldi prima di dover dichiarare il dissesto finanziario. Del resto, col nuovo disegno di legge se un ateneo dichiara dissesto finanziario viene commissariato dal governo.

Ma i tempi del ddl sono tutt’altro che chiari. Pare che l’avvio del dibattimento sia previsto per metà luglio, pare il 13 (cosa che renderebbe l’approvazione plausibile per la fine del prossimo anno). Tuttavia ad oggi non è stato ancora calendarizzato nulla. E sappiamo bene che  il primo pensiero del premier è la nostra privacy, che poi è anche la sua. E quindi le intercettazioni. Poi Tremonti e la sua furia contabile. Poi magari chissà.

Ed allora, la lotta. Inutile nascondercelo. Oggi la lotta la fanno soprattutto i ricercatori. Qualcuno per motivi più nobili, qualcuno meno. E qualche professore comincia ad alzare la testa visto che il governo ha messo finalmente le mani sul suo portafoglio. Gli studenti tentano di fare gli esami, del resto hanno capito che prima vanno via dall’Università e meglio è. I precari? o sono tutti morti oppure agonizzano. Io in questi anni di colleghi attivi ne ho visti molti, e molti di questi sono passati “a miglior vita”. Nel senso che ora sono precari altrove. E pare che sia proprio questo il nostro destino. Che fare per tenere uniti quelli che restano?

Nel frattempo, l’intersindacale approva un nuovo documento e propone nuove inziative. Sacrosante. E noi come sempre ci saremo:

– 1 luglio Assemblee Generali di Ateneo ai Rettorati;

– dal 5 al 9 luglio Settimana nazionale di mobilitazione con Assemblee permanenti 

 

Ma noi abbiamo bisogno di nuova linfa e nuova visibilità. Tornare a porre con forza il problema precariato. E che non si dica che la Gelmini l’affronta. Perché non è vero. Ora che l’Italia è fuori dal mondiale, può essere che qualcuno ci ascolti. Prima che sia troppo tardi.

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