Lettera aperta agli atenei italiani

23-04-2010 | Università

Senza progetto non c’è futuro.

E’ il momento di bloccare i licenziamenti dei precari dell’università e della ricerca!

L’11 marzo 2010 si sono chiusi i termini per la presentazione in VII Commissione degli emendamenti al disegno di legge 1905 sulla riforma universitaria. Il testo delle proposte di maggioranza e opposizione e del relatore in commissione è ora visibile sul sito del Senato.

Sebbene siano circa 800 gli emendamenti presentati, appare subito evidente come nessuno di questi introduca alcun elemento di reale contraddizione e come resti confermato l’impianto della proposta di legge, costruita a misura dei soli tagli al finanziamento pubblico del sistema universitario italiano. E nonostante i primi segni di sofferenza in molti atenei il Governo, ad oggi, non ha compiuto alcun passo indietro e insiste con l’irresponsabile politica di riduzione delle risorse per università e ricerca.

A conclusione dei lavori della commissione sono fatti salvi, invece, tutti i percorsi di accentramento dei poteri nella gestione degli atenei, il completamento del processo di privatizzazione delle università ed il controllo diretto del Ministero dell’Economia e delle Finanze sul sistema universitario, subordinando definitivamente il ruolo di produzione e promozione delle conoscenze scientifiche, proprio dell’Università pubblica, alle logiche di mercato e al profitto.

Nessuno degli emendamenti proposti affronta seriamente l’enorme problema dei precari impegnati nella ricerca e nella didattica in tutti gli atenei. Al contrario è particolarmente critico il complesso delle proposte sulle ipotetiche “soluzioni” del precariato e sul reclutamento dei docenti: restando confermata l’eliminazione della fascia dei ricercatori, introdotta dalla 230/05, si cancella l’approdo strutturato all’istituzione universitaria, istituzionalizzando ed allargando, di fatto, la piaga del precariato che già affligge più di una generazione di ricercatori.
Appare, dunque, evidente che l’unica ipotesi condivisa da maggioranza e opposizione sia la “soluzione” del problema del precariato universitario attraverso la cancellazione delle opportunità di lavoro ovvero attraverso l’eliminazione dei ricercatori e dei docenti precari. Resta, infatti, confermato il combinato disposto dall’art. 10 che pone un tetto massimo di dieci anni alla somma tra contratti a tempo determinato e assegni di ricerca; conteggiando questi ultimi in maniera retroattiva e precludendo, di fatto, a chi oggi abbia già svolto più di quattro anni di attività scientifica come assegnista l’accesso ai contratti a tempo determinato (TD).
Tutto ciò sembra preludere ad una sola cosa: l’espulsione di gran parte degli attuali precari, magari anche dei più qualificati, dall’università italiana.

Sono, poi, confermate tutte le forme attualmente vigenti di lavoro precario, particolarmente quelle più odiose come la docenza a contratto a titolo gratuito o le prestazioni d’opera. Anche la tanto discussa tenure track – il percorso certo verso l’immissione in ruolo – in assenza di una disposizione che renda immediatamente disponibili, sin dalla stipula del primo contratto TD, le risorse in programmazione per l’eventuale e definitiva conferma in ruolo, si configura ancora come l’ennesima trafila contrattuale di tipo subordinato che lascia aleatoria, imprevedibile e arbitraria l’assunzione.
In questo scenario l’istituzione della figura del ricercatore TD può, dunque, essere ritenuta accettabile solamente come forma unica, sostitutiva delle innumerevoli figure contrattuali atipiche e irregolari che caratterizzano l’attuale carriera dei ricercatori precari, dalla fase post-dottorato all’assunzione in ruolo, ed in nessun modo può, rimpiazzando quella del ricercatore a tempo indeterminato (TI), contribuire a far slittare oltre ogni umano limite di tempo l’opportunità di accesso alle posizioni TI.

L’astensione da un progetto per il futuro è tema dominante negli esiti del dibattito in commissione. Finanche la proposta di una parte dell’opposizione sul pensionamento a 65 anni di tutto il personale docente e ricercatore con 40 anni di contributi, rischia di convertirsi in una norma che, seppur condivisibile nell’intento di contribuire al ringiovanimento del corpo accademico e al riassorbimento del precariato, appare ancora insufficiente, dal momento che mancano vincoli chiari sulla destinazione delle eventuali risorse liberate per il reclutamento dei precari.
Ancora una volta manca il progetto. Ci si trova di fronte alla stessa lucida indifferenza che la classe politica, da anni in questo tragicamente fedele a se stessa, riserva ad intere generazioni di lavoratori che, inquadrati nelle forme contrattuali più “creative”, hanno contribuito in modo essenziale al funzionamento delle facoltà senza la speranza dell’accesso ai ruoli, impedita dalla sostanziale inadeguatezza dei concorsi per il reclutamento.

Il programma di questo Governo di riduzione delle prospettive di lavoro nell’università e nella ricerca pubblica resta, dunque, confermato e nessun passo avanti è stato fatto sul confronto in tema di precariato universitario; anzi il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca rafforza il muro costruito intorno a sé ed evita di trattare sull’argomento ignorando le grida di allarme sollevate, ormai da anni, dalle diverse organizzazioni dei precari e le numerose, e anche queste ormai “storiche”, proposte di cancellazione del precariato attraverso l’unificazione delle forme contrattuali.
Tutto ciò non può che avvalorare un giudizio radicalmente negativo nei confronti dei provvedimenti governativi e sostenere la necessità di un’opposizione forte e radicale: questo DdL sulla riforma universitaria è da considerarsi inemendabile.

Alla luce di quanto emerso, e qualunque sia l’iter parlamentare del DdL, è sempre più evidente che i ricercatori e i docenti precari debbano conquistare i diritti essenziali di ogni lavoratore che, nell’Università, sono sempre stati loro negati: retribuzioni adeguate, tutele, misure previdenziali, rappresentanza negli organi accademici.
Come già anticipato nella nostra piattaforma nazionale, non solo è urgente aprire tavoli di trattativa a livello nazionale e locale, ma è giunto il momento di chiedere una moratoria sull’allontanamento, leggasi licenziamenti, dei precari dell’università e della ricerca. Qualunque ulteriore esitazione oggi è un lusso: un’intera generazione di lavoratori rischia di essere licenziata per fine contratto con la sola prospettiva della disoccupazione in un mercato del lavoro asfittico e indifferente verso l’esperienza formativa costruita negli anni.

Il coordinamento nazionale dei precari dell’università FLC-CGIL rilancia la necessità di un immediato e ampio confronto sul tema del precariato con i sindacati di categoria, le associazioni ed i movimenti tutti con la prospettiva di costruire un progetto per l’università pubblica in Italia. Qualsiasi riforma condivisa deve partire da un rifiuto delle politiche di tagli e riduzioni, così come da un riconoscimento, che porti ad una valorizzazione, del lavoro essenziale svolto dai docenti e dai ricercatori precari che ogni giorno sostengono sulle proprie spalle il sistema universitario. Si stima, infatti, che i precari della ricerca e della docenza negli atenei italiani siano oggi almeno 40. 000, numero forse sottostimato a causa della mancanza di un’anagrafe d’ateneo capace di includerli. In alcuni atenei, solo grazie all’impegno degli stessi precari, è stato possibile effettuare un censimento: almeno il 50 % del personale impegnato in ricerca e docenza è precario.

Occorre, dunque, rilanciare le iniziative di opposizione in tutti gli atenei italiani. In ogni singolo dipartimento, istituto, facoltà, la protesta deve dilagare coinvolgendo tutta la comunità scientifica nazionale e il mondo della scuola. Oggi gli obiettivi della mobilitazione delle università devono oltrepassare la dimensione della denuncia e della proposta per convergere verso uno stato di agitazione permanente che occupi quotidianamente tutti i luoghi e tutti i meccanismi, impegnando, solidali tra loro, tutti i soggetti in campo contro le riforme antidemocratiche del sistema universitario.

Roma, 23 Aprile 2010

Coordinamento Nazionale Precari Università FLC-CGIL

5 risposte a Lettera aperta agli atenei italiani

  1. flc scrive:

    Prossimi eventi live

    Assemblea Nazionale dei Ricercatori Italiani a Milano

    giovedì, 29 aprile 2010
    Aula Maggiore C03 – Facoltà di Agraria
    Università degli Studi di Milano
    Via Celoria 2, Milano
    in onda dalle 10.30 alle 13.30 e dalle 14.00 alle 17.30

    on air
    http://www.ctu.unimi.it/videoFlash/live/live_streaming.html

  2. Gianluca scrive:

    O.T.

    Petizione che riguarda soggetti con progetti FIRB finanziabili

    ———- Forwarded message ———-
    From: Science Debate
    Date: 2010/4/27
    Subject: bandi firb — petizioni riapertura progetti “finanziabili”
    To: editor@sciencedebate.it

    Carissimi,

    premettendo che e’ stato pubblicato un mio breve commento su scire
    http://www.lascienzainrete.it/node/1022#comment-223
    Colgo lo spirito in Italian Science Debate http://www.sciencedebate.it

    che la “protesta” per i bandi FIRB procede, oltre alla mozione CUN, alle lettere che stanno partendo per i giornali, a varie interrogazioni parlamentari, e alle lettere all’attenzione dei Rettori, che segnalo per chi ha un progetto FIRB “finanziabile”, l’iniziativa coordinata da giovani ricercatori della Sapienza, e da me aiutata e supportata.

    Cordiali Saluti, Michele Ciavarella

    Cari tutti,
    Ho provveduto a sottomettere una petizione online da far firmare SOLO E SOLTANTO a tutto quel personale delle unità di ricerca dei progetti valutati FINANZIABILI.

    La trovate al link: http://www.petitiononline.com/FIRB2008/

    Possono quindi firmare personale strutturato e non, dottorandi,
    tecnici, escluso ovviamente studenti.

    Purtroppo la decisione di rendere la petizione chiusa ai soli
    diretti interessati alla mozione FIRB è stata presa in base a diverse telefonate che ho avuto e dopo essermi confrontato con persone che hanno più esperienza di noi (me sicuramente). I rischi di una petizione
    aperta a tutti sarebbe stato troppo rischioso.

    Spero che firmiate presto, in maniera tale da poterla sottomettere
    all’onorevole ministro al più presto.

    PS. Per coloro che stanno redigendo lettere a dirigenti, rettori, etc,…
    Potete anzi DOVETE includere tra le iniziative prese, proprio questa petizione. Non vi dimenticate di inserire il link o i riferimenti nelle vostre lettere.

    Inoltre, penso che questa petizione debba essere divulgato a quanti interessati. Anche se non firmata da tutti..la petizione può essere letta da tutti, e volendo, si potrebbe scrivere un’aòtra petizione, aperta, a supporto della nostra.. Da cosa nasce cosa.

    A presto,
    Antonino Cassarà e molti altri..

  3. luke scrive:

    Non possiamo lasciare l’iniziativa ai soli ricercatori TI. Sono divisi, una parte è corporativa e disinteressata al dopo, una parte invece ci è più vicina. La Crui e i rettori sono pronti a vendersi tutto per qualche taglio in meno.

    Noi perdiamo tempo in mailing list e tranne poche realtà non ci si muove.

  4. ValeBioch scrive:

    E dalle lettere ora bisogna passare ai fatti. Ormai da anni i coordinamenti precari in tutta Italia si sono organizzati, ognuno certo con la propria identita’, ma con obiettivi comuni: difendere l’Universita’ pubblica e conquistare diritti che non abbiamo mai avuto. E’ un processo lungo, complicato per le mille sfumature delle nostre rivendicazioni… ma qualche risultato possiamo e dobbiamo portarlo a casa! La domanda sorge spontanea: come? quando? Al piu’ presto, solo unendoci nelle battaglie. Diventiamo piu’ operativi….

  5. Sarkko scrive:

    Ottima lettera. Grazie a tutti voi!

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