In Senato….

Intanto, è importante ricordare che è fissato a giovedì 11 marzo, ore 18, il termine per la presentazione in VII Commissione degli emendamenti al disegno di legge del Governo recante “Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché deroga al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario” (AS 1905): Il famigerato disegno di legge Gelmini. Vedremo quali sono gli emendamenti che governo e opposizione porteranno.

La nostra posizione è chiara, il disegno di legge, nel suo complesso, e in particolare per quanto riguarda le questioni relative a noi precari, è INEMENDABILE. Ed è parte di un più complesso sistema di interventi che – dalla 133 in poi passando per gli interventi sui requisiti minimi per i cdl, i tagli, il decreto Brunetta, la nuova rigidità amministrativa – riducono giorno dopo giorno il ruolo e l’automia degli atenei, senza con questo garantire meno arbitrio o più diritti e qualità. Qui in ballo è il futuro dell’università italiana…

Per quanto ci riguarda continueremo a chiedere il ritiro del disegno di legge Gelmini e l’abrogazione o il superamento della legge Moratti che cancella la figura del ricercatore a tempo indeterminato. E’ invece essenziale che la dignità della ricerca universitaria trovi in una figura legata prevalentemente al ricercatore a tempo indeterminato la sua espressione prevalente. Peraltro, il disegno Gelmini, tra pseudoTd e cancellazione dei ricercatori a tempo intederminato, rende il prossimo futuro campo di macelleria sociale e scontro tra ricercatori TD e TI che, in un contesto di risorse decrescenti e riduzione del sistema universitario, significa di guerra tra poverissimi (assegnisti e contrattisti) e i poveri più garantiti (i ricercatori TI) e quelli poco garantiti (i ricercatori TD) per il beneficio di pochi.

E’ stato infine approvato approvato definitivamente (3 marzo) il  disegno di legge AS 1167-B  (collegato lavoro): “il provvedimento reca disposizioni concernenti l’eleggibilità dei professori di seconda fascia alla carica di direttore di dipartimento (art. 8); la soppressione della norma che ricomprende i titolari di contratti di ricerca nella quota del 60 per cento delle risorse da destinare all’assunzione di ricercatori universitari (art. 9, c. 1); la valutazione delle pubblicazioni nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori (art. 9, c.2); la deroga per gli istituti ad ordinamento speciale dal rispetto delle quote nell’assunzione di personale docente (art. 10); l’eliminazione del limite del numero delle pubblicazioni nelle procedure di valutazione comparativa per posti di professore e ricercatore (art. 11); in caso di trasferimento dei ricercatori in servizio presso la Scuola superiore dell’economia e delle finanze alle università statali, trasferimento delle relative risorse (art. 12)”.

Ci sono provvedienti per noi importanti, particolarmente quello che non permette di conteggiare i posti da ricercatore a tempo determinato nella quota del 60% dei posti per ricercatore prevista dalla legge 1/2009 (voluta da Luca e dalla Ghizzoni, deputato PD). Ma anche quello che vieta di porre un limite al numero di pubblicazioni da presentare al concorso, questione su cui si è battuta con forza l’Apri.

Ma nel suo complesso, il provvedimento mostra come al Governo interessi sostanzialmente spaccare il sistema pubblico nazionale. Come già nel disegno di legge Gelmini, atenei privati o gestiti già oggi privatisticamente non sono sottoposti a tutta una serie di vincoli cui vengono invece obbligati gli Atenei statali: ecco la norma che permette a strutture come
l’Università per stranieri di Perugia, la Scuola Superiore S. Anna di Pisa, la SISSA di Trieste, l’Università per stranieri “Dante Alighieri” di Reggio Calabria, l’Università per stranieri di Siena,  il SUM – Istituto Italiano di Scienze Umane di Firenze, la Scuola IMT di Lucca, lo I.U.S.S. di Pavia e la Scuola Normale Superiore di Pisa, di derogare dal vincolo del 60% delle assunzioni di ricercatori. A testimonianza del fatto che questi sono tutti enti che, ad oggi, non rispettano i requisiti minimi per l’attivazione dei corsi di laurea e che vengono quindi messi in grado di coprire le quote mancanti di associati e ordinari.

Insomma, altri tasselli di una controriforma universitaria che avanza confusamente e cinicamente.

3 risposte a In Senato….

  1. uni_sannio scrive:

    A migliaia in piazza per protestare contro la riforma che prevede l’aumento delle tasse
    la riduzione delle classi e dei docenti nelle superiori.

    A Oakland protesta pacifica
    California, protestano gli studenti
    bloccata autostrada, 150 arresti

    http://www.repubblica.it/esteri/2010/03/05/news/california_protestano_gli_studenti_bloccata_autostrada_150_arresti-2512861/

  2. er_bradipo scrive:

    Altre due chicche del “collegato al lavoro” 2

    Unità – Ecco come viene smontato pezzo a pezzo – Giuseppe Vespo

    Perché non dirlo apertamente che vogliono cancellare l’articolo 18, perché aggirare il problema in modo così «rozzo e insidioso». Così Umberto Romagnoli, professore emerito di Diritto del lavoro all’Università di Bologna, commentava lo scorso 21 febbraio il «tentativo di mangiucchiare l’edificio normativo dello Statuto dei lavoratori e dell’articolo 18». Oggi quel tentativo è legge. L’ARBITRO Ecco cosa cambierà. Nelle future cause di lavoro, la possibilità-obbligo di affidarsi ad un arbitro piuttosto che al giudice, avverrà in due modi: in primo luogo attraverso i contratti collettivi, sottoscritti da sindacati e imprenditori. In questo caso le parti avranno solo un anno per accordarsi sui limiti entro cui l’arbitrato può essere utilizzato. Scaduto il tempo, sarà il ministro ad intervenire per decreto. È previsto poi che i datori di lavoro possano utilizzare, al momento dell’assunzione, un contratto in cui si stabilisce che eventuali contenziosi verranno risolti da un arbitro e non dal magistrato. E quale sarà quel giovane in cerca di lavoro che si opporrà a questa costrizione? In questo caso, tra l’atro, il contratto preparato dal datore di lavoro potrà prevedere anche norme diverse da quelle contenute nei contratti collettivi nazionali, a patto che ottenga la certificazione di un ente bilaterale (costituito da sindacati e imprenditori).«Ma quale sindacalista può mai accettare di far assumere un lavoratore con un contratto diverso da quello nazionale di categoria? », domanda Fulvio Fammoni, segretario confederale della Cgil. La legge votata mercoledì dal Senato, pone inoltre un problema sul rispetto delle norme che regolano il diritto del lavoro: nel giudicare le future cause, l’arbitro farà appello al cosiddetto principio di «equità». Vuol dire che nel caso di un licenziamento potrà non tenere conto di leggi come l’articolo 18 o di contratti collettivi, ma baserà le sue valutazioni su quanto scritto nel contratto «certificato». Lo stesso giudice, qualora venisse chiamato in causa, dovrà attenersi a quanto sottoscritto dalle parti. L’« equità» sarà invocata non solo in tema di licenziamenti, ma anche per le ferie, la sicurezza sul lavoro, i turni. In entrambi i casi – secondo chi sostiene che la legge servirà a snellire i tempi dei processi di lavoro, che saranno tolti di fatto ai tribunali – sarà fondamentale il peso dei sindacati nella contrattazione e all’interno degli enti che dovranno certificare i contratti. Ma sia la Cisl sia la Uil hanno evitato di polemizzare col governo, sminuendo il peso della nuova legge. Resterà solo la Cgil, che ha già promesso battaglia: ricorrerà alla Corte Costituzionale («facciano pure ricorso», dice Sacconi), distribuirà ai lavoratori un vademecum sui diritti e assicurerà tutela legale. E la difesa dell’articolo 18 sarà uno dei temi della mobilitazione del 12 marzo. Anche il Pd non starà a guardare: «Il governo sta smantellando il protocollo del 2007 sul welfare e le normative di Industria 2015 – dice l’ex ministro Cesare Damiano – due leggi del governo Prodi per combattere la precarietà e sostenere lo sviluppo. Ci auguriamo che si sviluppi una mobilitazione politica e sociale».

  3. er_bradipo scrive:

    Altre due chicche del “collegato al lavoro” 1

    Dal Manifesto – Obbligo scolastico addio, ecco l’apprendista per legge – Cinzia Gubbini

    E’ legge. Appena sarà stipulato l’accordo quadro con le regioni, in Italia tornerà la possibilità di andare a lavorare a 15 anni. Nella pioggia di novità contenute nel disegno di legge 1167 B (il cosiddetto «collegato al lavoro») approvato l’altro ieri al Senato, viene anche stabilito senza colpo ferire che l’obbligo scolastico terminata la terza media può essere assolto attraverso il contratto di apprendistato. Che, giuridicamente, è niente di più e niente di meno di un contratto di lavoro.
    Anche in questo caso, nello spirito dell’intera partita del collegato, niente viene fatto alla luce del sole. Si confondono le acque. Si traveste il lupo da agnello. L’incipit del comma 6 dell’articolo 48 dice tutto: «stante l’obbligo di istruzione…» e continua facendo riferimento alla famosa norma introdotta dal centrosinistra nella prima finanziaria del governo Prodi: l’innalzamento a 16 anni dell’obbligo scolastico. Della serie: tranquilli, non cambia nulla. Invece cambia tutto. Perché l’apprendistato non può in nulla essere equiparato a un percorso di formazione. E’ un contratto di lavoro, che prevede anche la formazione, ma che viene definito dai singoli contratti di categoria. Anzi, dopo la (famigerata) legge Treu, che quanto meno introduceva l’obbligo alla formazione esterna all’azienda – ambizione che, va detto, non è mai decollata, sia perché le regioni deputate a questo compito hanno pochi soldi, sia perché le aziende se ne disinteressano – la politica del lavoro ha operato ai fianchi di questo istituto. La legge Biagi riformando l’istituto dell’apprendistato ha tolto l’obbligo della formazione esterna. E anche un recente regolamento del governo vira verso il concetto di «azienda formatrice»: non c’è bisogno che l’apprendista affini le sue capacità anche attraverso un percorso di studio. Basta quello che si impara a bottega. E il riferimento alla «bottega» non è casuale. Quale lavoro, infatti, si può immaginare per un ragazzino o una ragazzina di 15 anni? Certo non entreranno nelle stanze dei bottoni delle aziende, certo non andranno a imparare il mestiere del professionista. Parrucchiere, estetiste, operai. A nulla più possono aspirare i ragazzi che non vanno troppo d’accordo con i libri. Una tragica conferma di quanto rilevato con preoccupazione giusto l’altro ieri dall’Ocse: in Italia il reddito è influenzato dal lavoro dei genitori. Dalla propria condizione di origine non ci si riesce ad emancipare. La scelta del governo, tra l’altro, evidenzia anche una visione molto «old style» del mercato del lavoro: oggi come oggi bisogna studiare anche per diventare una brava estetista e una brava parrucchiera, altro che «azienda formatrice»
    Il centrodestra nel periodo delle polemiche dopo l’annuncio del provvedimento, ha sempre rispedito le accuse al mittente. Sostenendo che questo nuovo percorso servirà, semplicemente, a contrastare la dispersione scolastica. Il disegno di legge, infatti, contiene anche una delega con cui si promette di riformare l’apprendistato. Quando e come, però, non è dato sapere.
    «E’ una scelta classista, scellerata e autolesionista», denuncia la senatrice del Pd Mariangela Bastico, che in aula ha chiesto invano risposte alla maggioranza sul futuro dell’apprendistato e sul senso di questa norma, senza mai ottenere alcuna risposta. «Con questa norma il governo – continua la senatrice – si appropria di un anno di diritto all’istruzione sottraendolo ai ragazzi, abbassa a 15 anni l’età di ingresso al lavoro, riduce le opportunità di futuro e blocca la mobilità sociale». Tra l’altro Bastico ricorda uno studio della Banca d’Italia secondo cui investire sull’istruzione ha una resa del 7%, addirittura dell’8% al sud. Insomma, che spendere soldi sull’istruzione sia un investimento non è solo un modo di dire.
    Ma ovviamente la posizione della maggioranza è che si sta parlando a tutti gli effetti di formazione, tanto che non viene abrogata la norma approvata nella finanziaria del centrosinistra che – oltre a innalzare l’obbligo scolastico – innalzava anche l’età minima per l’ingresso al lavoro a 16 anni. Di questa scarsa chiarezza si preoccupa il sindacato: «Abbiamo rilevato – osserva Maria Brigida della Cgil Flc – come negando che l’apprendistato è un contratto di lavoro si rischia di fare peggio: legalizzare lo sfruttamento dei minorenni». Ma c’è anche un altro aspetto da rilevare: «La determinazione del governo in questo campo è formidabile, e dimostra una consolidata visione del mondo. Conoscono benissimo l’importanza della conoscenza e della formazione. Solo che deve essere appannaggio del famoso 20% della società: non è un diritto di tutti».

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