Gelmini e la tenure

Oggi il Ministro Gelmini ha discusso presso la VII Commissione del Senato il disegno di Legge 1905. Dopo il resoconto di Valditara di ieri, ecco quello del Ministro.

Avremmo voluto commentarlo approfonditamente. Solo quanto riportato sul sito è molto stringato e non dice (quasi) nulla. Prendiamo per esempio la questione tenure track. Lo abbiamo più volte detto: la tenure ha senso se, e solo se, fin dall’avvio dei contratti Td è accantonata la quota di budget per il reclutamento al temine dei 6 anni quando la valutazione/abilitazione sia positiva. Se non c’è questa condizione la tenure non è una tenure ma solo l’ennesimo contratto precario al cui termine c’è il nulla. Al cui termine non ci sono garanzie  di assunzione ma solo le incertezze dei budget di Ateneo…

E su questo punto la Gelmini dice nulla. Assolutamente nulla. Anzi dimostra di non aver capito assolutamente la questione in ballo, i termini del discorso.

Sulla questione finanziamento invece il ministro “Rammenta del resto che il processo di riordino e di risanamento si muove parallelamente rispetto al reperimento di risorse idonee a fronteggiare la difficile congiuntura economica”. In altri termini i soldi ve li diamo solo se fate come diciamo noi…

Infine, la ministra dice “ella ritiene grave alimentare un precariato senza difese e prospettive, reputando al contrario indispensabile chiarire con sollecitudine le reali capienze di organico”. ATTENTI, l’organico che serve all’Università non è solo quello necessario a mandare avanti la didattica (magari con centinaia di studenti stipati in una sola aula e corsi di studio ridotto al lumicino – come il ministro calcoli gli organici ci è ormai tristemente chiaro da quello che combina nella scuola) ma anche quello che è necessario per fare sul serio ricerca. E allora come pensa di definire il ministro l’organico necessario a fare didattica e ricerca? (sperando insomma che la Gelmini non pensi all’Università come ad una scuola un pò più grande, che si fa dopo la maturità, magari per corrispondenza…

A seguire il resoconto come pubblicato sul sito del Senato.

Riprende l’esame congiunto, sospeso nella seduta di ieri.

            In sede di replica ha la parola il ministro Mariastella GELMINI, la quale  ringrazia anzitutto la Commissione per l’approfondimento svolto, testimoniato dalle numerose sedute dedicate all’audizione degli operatori interessati, nonché ad un dibattito di elevato tenore. Ella ricorda indi che il disegno di legge n. 1905 ha conosciuto una fase di attenta preparazione, inaugurata nel novembre 2008 con le Linee guida del Governo per l’università, anch’esse adottate previo ampio confronto. Il sistema attuale presenta del resto, prosegue, indubbi punti di forza, ma anche patologie gravi e riconosciute. In particolare l’autonomia costituisce senz’altro un pilastro da mantenere, ma non disgiunta dalla responsabilità, in assenza della quale si verificano inevitabilmente effetti distorsivi. Occorre quindi un chiaro sistema di responsabilizzazione, ribadisce il Ministro, che consenta un esercizio sano dell’autonomia, sgombrando il campo da degenerazioni.

Ella esprime indi apprezzamento per le numerose osservazioni emerse nel dibattito, manifestando la disponibilità del Governo a valutare proposte di miglioramento. Ritiene tuttavia che si renderebbe un cattivo servizio al Paese e soprattutto ai giovani se si accettasse di stravolgere o indebolire l’impianto del provvedimento. In particolare, chiede convintamente al Parlamento di confermare alcuni punti chiave: la responsabilizzazione degli atenei dal punto di vista gestionale, scientifico e didattico; una governance snella ed efficace; un reclutamento in linea con la migliore prassi internazionale; una tenure track che permetta ai giovani di accedere in modo trasparente alla docenza; la valutazione del merito; il ringiovanimento del corpo docente. Si tratta del resto, sottolinea, di proposte ampiamente concertate con il sistema universitario, sulle quali non ritiene opportuno arretrare.

Quanto all’approccio dirigistico che secondo taluni animerebbe la riforma, ella conviene con l’inopportunità di un eccesso di regolamentazione. Osserva tuttavia che occorre fissare alcuni “paletti” onde evitare il rischio di una scarsa incidenza della riforma. Pone altresì l’accento sull’assenza, allo stato, di un consolidato sistema di valutazione, una volta avviato il quale sarà possibile alleggerire il modello delineato.

Soffermandosi sulla struttura di governo degli atenei, ella ribadisce indi la portata di alcune innovazioni: l’adozione del codice etico; il rafforzamento dei poteri del rettore; il limite massimo di otto anni al loro mandato; la distinzione di funzioni tra senato accademico e consiglio di amministrazione, organo quest’ultimo non direttivo ma fortemente responsabilizzato e competente.

Ella sottolinea inoltre l’importanza di alcune modifiche relative all’articolazione interna degli atenei: i dipartimenti divengono responsabili sia di didattica che di ricerca e viene fissata una soglia minima di docenti per la loro attivazione; le facoltà (o scuole) sono configurate come organi di coordinamento.

Dopo aver fatto brevemente cenno alla federazione fra atenei, su cui registra con soddisfazione un ampio consenso, ella stigmatizza come i prestiti d’onore siano stati finora poco utilizzati. Pone perciò in luce i meriti delle norme previste per incentivare il merito e il diritto allo studio, evidentemente nel rispetto delle competenze regionali in materia, al fine di garantire comunque livelli di elevata prestazione su tutto il territorio nazionale. In proposito, conferma peraltro che la previsione di prove standard per individuare gli aventi diritto sono state applicate con successo in altri settori. Alla luce delle considerazioni emerse nel dibattito, informa che sono comunque in corso ulteriori approfondimenti tecnici, anche in vista del parere della Conferenza Stato-Regioni.

Quanto alle osservazioni relative al cospicuo ricorso alla delega legislativa, precisa che essa è dovuta in molti casi alla natura tecnica delle misure disposte. Conviene tuttavia sulla possibilità di norme dirette in alcuni ambiti, soprattutto laddove si impone un intervento più immediato.

Con riferimento alla tenure track, che consente agli atenei di chiamare in ruolo come associato un ricercatore a tempo determinato, qualora ricorrano precise condizioni, evidenzia che essa è volta a porre fine alla condizione di incertezza in cui vive una larga fetta del personale universitario. Al riguardo, ella ritiene grave alimentare un precariato senza difese e prospettive, reputando al contrario indispensabile chiarire con sollecitudine le reali capienze di organico.

Passando al reclutamento dei docenti, ella ribadisce l’opzione in favore dell’abilitazione nazionale seguita dalla chiamata locale. Rileva altresì l’esigenza di un forte ringiovanimento del corpo docente, anticipando fin d’ora contrarietà in ordine a qualunque ipotesi di aumentare l’età pensionabile degli accademici.

Prende poi atto del suggerimento, da taluni avanzato, di ricondurre la valutazione dell’idoneità didattica al momento dell’abilitazione. In proposito, ritiene tuttavia preferibile limitare la fase nazionale all’accertamento dell’idoneità scientifica, tanto più che una eventuale prova didattica in tale sede farebbe pesantemente lievitare tempi e costi della procedura. Pur lasciando aperta la discussione sul punto, invita quindi a non compiere scelte che costituirebbero un arretramento.

Avviandosi alla conclusione, si augura che l’esame del provvedimento si concluda in tempi ragionevolmente rapidi, con il concorso di tutte le forze politiche. Rammenta del resto che il processo di riordino e di risanamento si muove parallelamente rispetto al reperimento di risorse idonee a fronteggiare la difficile congiuntura economica ed in tal senso rivendica la destinazione al settore di 400 milioni di euro con l’ultima manovra finanziaria.

4 risposte a Gelmini e la tenure

  1. luigi scrive:

    dal Senato:
    – fissato a giovedì 11 marzo, ore 18, il termine per la presentazione in VII Commissione degli emendamenti al disegno di legge del Governo recante “Norme in materia di organizzazione delle Università, di personale accademico e reclutamento, nonché deroga al Governo per incentivare la qualità e l’efficienza del sistema universitario” (AS 1905).

    – approvato definitivamente (3 marzo) il disegno di legge AS 1167-B (collegato lavoro). Il provvedimento reca disposizioni concernenti l’eleggibilità dei professori di seconda fascia alla carica di direttore di dipartimento (art. 8); la soppressione della norma che ricomprende i titolari di contratti di ricerca nella quota del 60 per cento delle risorse da destinare all’assunzione di ricercatori universitari (art. 9, c. 1); la valutazione delle pubblicazioni nelle procedure di valutazione comparativa per il reclutamento dei ricercatori (art. 9, c.2); la deroga per gli istituti ad ordinamento speciale dal rispetto delle quote nell’assunzione di personale docente (art. 10); l’eliminazione del limite del numero delle pubblicazioni nelle procedure di valutazione comparativa per posti di professore e ricercatore (art. 11); in caso di trasferimento dei ricercatori in servizio presso la Scuola superiore dell’economia e delle finanze alle università statali, trasferimento delle relative risorse (art. 12).
    – all’esame della VII Commissione il disegno di legge AS 1693 sulla valorizzazione del sistema dell’alta formazione e specializzazione artistica e musicale.

  2. monika scrive:

    scusate se è lunga, ma è utile avere anche la relazione di Valditara

    Il relatore VALDITARA (PdL) conviene che l’eventuale rinvio della propria replica comporterebbe il differimento dell’intervento del Ministro in Commissione, in controtendenza con l’obiettivo di procedere speditamente. Assicura dunque che, oltre alla resocontazione degli Uffici, riferirà puntualmente al Ministro i contenuti della replica.
    Ringrazia poi la Commissione per l’eccellente lavoro svolto in discussione generale e durante le numerose audizioni, sottolineando anche il rilevo dei molteplici ed autorevoli interventi di senatori esterni alla Commissione. Ritiene quindi che il dibattito sia stato di elevato tenore, serio, pacato e approfondito, come peraltro dovrebbe sempre avvenire in Parlamento, ed evidenzia l’ampia coincidenza fra maggioranza ed opposizione nella comune valutazione di molti punti decisivi del disegno di legge governativo; alla luce di questa consonanza, auspica che anche l’attività emendativa trovi forme di intesa trasversali nell’interesse esclusivo dell’università italiana e quindi della Nazione.
    Svolge poi alcune considerazioni di carattere generale, a partire dal diffuso riconoscimento, sia in sede parlamentare sia nel dibattito pubblico, che le linee portanti del testo governativo hanno il merito di affrontare positivamente i nodi principali dell’università italiana, emersi in questi anni; reputa perciò che l’impianto complessivo vada salvaguardato e difeso, anche secondo quanto unanimemente registrato nel corso delle audizioni e negli interventi parlamentari, nonostante si riscontri un eccesso di dirigismo, su cui si può comunque agire in sede emendativa. Cita in particolare le norme sulla chiamata locale dei professori, rilevando come ne sia stata richiesta da più parti la modifica, e sottolineando come in effetti alcune parti il disegno di legge n. 1905 rischino di allungare le procedure di chiamata, di indebolire la possibilità di una sana concorrenza fra modelli di selezione, nonchè di aumentare il contenzioso.
    Sostiene invece che il compito dello Stato, secondo una concezione moderna e autenticamente liberale, sia solo quello di fissare i requisiti minimi per garantire la serietà delle procedure, valutando poi a valle, ed eventualmente sanzionando, i risultati. Si tratta infatti di applicare la logica liberale della responsabilizzazione mediante un sistema di incentivi e disincentivi, ferme restando alcune regole chiare e generali che tutti devono rispettare. Pone quindi l’accento sul rigore della procedura di reclutamento prevista nel testo: vaglio preventivo da parte di una commissione nazionale estratta a sorte e composta esclusivamente da chi sia stato continuativamente presente ad alto livello nel dibattito scientifico degli ultimi anni, con il compito di valutare la qualità scientifica e, in aggiunta a ciò, le competenze didattiche di ciascun candidato; valutazione comparativa effettuata localmente sui titoli espressi dai candidati interessati all’assunzione con conseguente proposta di assunzione deliberata a maggioranza – suggerisce – assoluta degli appartenenti al dipartimento; approvazione della proposta da parte del consiglio di amministrazione, che deve solo controllare la trasparenza e la regolarità della procedura, rigettando proposte che siano palesemente viziate da interessi estranei a quello più generale dell’ateneo.
    Come ulteriori esempi di eccesso di prescrittività menziona: l’articolo 2, comma 2, lettera p), nella parte in cui stabilisce il divieto, per i componenti del senato accademico, di ricoprire la carica di direttore di dipartimento; il comma 3, lettera d), del medesimo articolo, che introduce complesse distinzioni sul numero delle facoltà che si possono attivare a seconda del numero dei docenti; l’articolo 9, comma 3, relativo ai rapporti fra chiamate dall’esterno e dall’interno dell’ateneo, prima o dopo i primi 5 anni, giudicando al riguardo più che sufficiente un serio meccanismo di incentivazioni; l’articolo 12, comma 9, quando prevede che il Ministero nomina i commissari per poter valutare i candidati della quota nazionale dei ricercatori a contratto. Coglie peraltro un profilo dirigistico anche nella prescrizione delle ore da dedicare alla ricerca, su cui molti intervenuti si sono espressi, precisando che, mentre è corretto determinare le ore da impiegare nella didattica, perché in esse consiste il servizio reso agli studenti, è nei risultati della ricerca che consiste il servizio reso alla collettività e sono dunque i risultati da valutare, non il numero di ore necessarie per ottenerli. Piuttosto, reputa doveroso prevedere espressamente l’obbligo di certificare le ore di impegno didattico per evitare sgradevoli elusioni della prescrizione.
    Afferma comunque di comprendere le ragioni di una certa regolamentazione, tendente a reagire contro un uso distorto dell’autonomia, ma giudica più opportuno un approccio che coniughi meglio il principio di autonomia, introdotto già ai tempi dell’allora ministro Ruberti, con quello di responsabilità. Ciò emerge indubbiamente nel testo del Governo, secondo una filosofia peraltro trasversalmente condivisa dai vari Esecutivi che si sono succeduti negli ultimi 10 anni, anche se con esiti non sempre convincenti e decisivi. Fa presente ad ogni modo che la responsabilità ha un senso solamente se si è autonomi nel decidere, per cui reputa incompatibili dirigismo e responsabilità.
    Occorre inoltre a suo avviso riformare l’università fuoriuscendo dalla cultura dell’emergenza, la quale può avere solo una natura contingente e una durata limitata, mentre in una riforma organica bisogna delineare il futuro dell’università italiana, onde evitare che il prossimo Governo ricominci tutto daccapo. Ciò premesso, richiama i dati della Heritage Foundation sulla libertà economica dei vari Paesi, in base ai quali uno degli handicap più rilevanti del sistema italiano è il continuo cambiamento delle regole, che genera sforzi rilevanti, anche in termini economici, per il conseguente costante adeguamento delle strutture.
    Coglie poi l’occasione per smentire quanto si è affermato circa il presunto eccessivo numero dei professori, pur riconoscendo la crescita anomala e disordinata, soprattutto di ordinari, che si è registrata in conseguenza della introduzione del “3+2” e della moltiplicazione dei corsi di laurea e delle materie di insegnamento. Si esprime dunque favorevolmente sulla volontà governativa di porre rimedio a tale fenomeno, specie con il decreto-legge n. 180 del 2008, chiarendo tuttavia che quel provvedimento non ha carattere sistematico, bensì emergenziale. Quanto alle sedi staccate, invita a non confondere localismi inutilmente dispersivi di risorse pubbliche con sedi che invece svolgono funzioni importanti di sviluppo del territorio.
    Si sofferma indi su un tema a suo giudizio centrale, purtroppo spesso confinato al malumore dell’Accademia, ossia la necessità di valorizzare chi lavora: ritiene infatti che se non si premia economicamente chi raggiunge risultati significativi per qualità della didattica e della ricerca, non si favorirà la competitività degli atenei e non si internazionalizzerà il sistema universitario italiano, ancora troppo chiuso e autarchico.
    Con riferimento ai singoli punti sollevati nel dibattito, risponde in primo luogo al senatore Vita circa cosa si intenda per università, delineandola come una comunità umana, una societas, in cui lo stare insieme è frutto di un atto di libertà e di reciproca responsabilità e i cui soggetti sono i “docenti ricercatori” e gli studenti. Detta comunità-societas non è chiusa su se stessa, non è concepita per coltivare antistorici narcisismi, ma è finalizzata, con una sensibilità all’apertura universale, alla crescita complessiva dei livelli formativi, della dimensione culturale e della competitività materiale della Nazione. In essa, prosegue, didattica e ricerca sono strettamente collegate, perché la didattica universitaria non è ripetitiva, di secondo livello, ma è innanzitutto il risultato di ciò che uno studioso ha elaborato, è trasmissione e promozione di sapere innovativo, oltre che insegnamento di metodi rigorosi, è in ogni caso elaborazione critica di conoscenza. Ritiene quindi che per raggiungere i suddetti fini siano necessarie la libertà della didattica e della ricerca, nonché la libertà di organizzazione, descritta nel testo costituzionale come autonomia ordinamentale; la verifica della loro rispondenza ad un interesse generale è di competenza dello Stato e concerne la valutazione dei risultati accompagnata da incentivi premiali e disincentivi penalizzanti.
    Dichiara poi di aver registrato nell’intervento della senatrice Mariapia Garavaglia un’espressione senz’altro condivisibile: la centralità dello statuto. Manifesta invece qualche perplessità sulla proposta di limitare, per l’elezione del rettore, l’elettorato attivo ai soli membri del senato accademico, pur condividendo, come già rilevato nella relazione introduttiva, l’esigenza di rafforzare il ruolo di controllo e di stimolo del senato. Ritiene tuttavia che il rettore debba essere espressione di una più ampia comunità accademica, nel rispetto della tradizione millenaria della università italiana.
    Riscontra positivamente una sostanziale coincidenza di valutazioni nell’intervento del presidente Possa, di cui ricorda, fra l’altro, le acute motivazioni sulla inopportunità di vietare ai membri del senato di ricoprire altre cariche accademiche, paventando a sua volta il rischio di strutturare un potere del tutto sganciato rispetto alla linea gestionale interna – peraltro già democraticamente eletta e dunque rappresentativa – fino a dar vita ad un senato tipicamente autoreferenziale e “politicizzato”. Manifesta invece riserve in ordine alle analoghe perplessità relative ai membri del consiglio di amministrazione, organo necessariamente terzo. Nel comprendere il senso dei rilievi avanzati sulla concreta attuabilità di prove nazionali standard per accedere al Fondo per il merito, non condivide poi il ruolo dell’università circoscritto alla cosiddetta ricerca di base, fondato sulla premessa che ricerca e didattica richiedono “culture, attenzioni e linguaggi tra di loro assai differenziati”. Concorda peraltro sull’importanza del compito di stimolo assegnato al Ministero per segnalare l’attenzione verso nuove discipline in via di sviluppo nel mondo e per mantenere materie necessarie a salvaguardare la nostra identità culturale.
    Reputa altresì interessante la proposta del senatore Calabrò di favorire la mobilità fra sedi universitarie attraverso il collegamento di una parte del budget del docente con la persona piuttosto che con l’ateneo, anche al fine di rafforzare il potere contrattuale di chi fa ricerca e didattica di qualità. Evidenzia tuttavia le difficoltà in cui potrebbero trovarsi le sedi più piccole. Considera inoltre condivisibili il suggerimento che la valutazione della ricerca avvenga per ambiti disciplinari secondo criteri e modalità differenziati, nonché l’invito a valorizzare l’attività per conto terzi. Pur riconoscendo che la triennalizzazione degli scatti comporti un pregiudizio economico, sottolinea che la valutazione dell’attività svolta secondo tale scansione temporale appare più adeguata; nella prospettiva di evitare ricorsi e di consentire l’operatività concreta della innovazione legislativa, suggerisce comunque di far salvi gli scatti in corso di maturazione.
    Quanto alle affermazioni del senatore Ceruti, giudica meritevole di attenzione l’invito a non limitarsi a mutuare esempi stranieri, la cui mera trasposizione nell’ordinamento italiano rischia di determinarne una banalizzazione. Concorda peraltro che si debba ridurre il ricorso alle deleghe le quali, specialmente su alcuni aspetti dello stato giuridico, potrebbero determinare un eccesso di regolamentazione.
    Conviene poi con l’opinione del senatore Baldassarri per cui il diritto allo studio si garantisce innanzitutto creando le condizioni perché lo studente possa scegliere l’università da frequentare, nonché con la considerazione che l’equità sociale deve essere assicurata attraverso borse di studio e sostegno alle famiglie, “evitando una falsa perequazione sociale ottenuta attraverso la dequalificazione del sistema universitario”.
    Esprime invece alcune perplessità circa la proposta della senatrice Aderenti di stabilire un limite, fissato nel 10 per cento, alle borse di studio per studenti stranieri, rimarcando che l’Italia è piuttosto penalizzata nei ranking internazionali a causa dello scarso numero di studenti stranieri, mentre dovrebbero essere incentivati i giovani meritevoli a studiare in Italia.
    Si compiace poi dell’intervento del senatore Quagliariello in merito alla necessità di trasferire il baricentro sui controlli ex post, spostando l’enfasi “sulla valutazione a posteriori basata su meccanismi premiali per gli atenei e per i docenti”. Nel condividere l’auspicio di uno snellimento delle procedure decisionali, richiama la proposta del senatore Quagliariello di introdurre la chiamata diretta nell’ambito dei concorsi locali, del resto sollecitata anche dai senatori Livi Bacci e Asciutti, e presumibilmente condivisa dal senatore Ceruti. Ritiene che ciò debba opportunamente essere oggetto di esame in fase emendativa.
    Riguardo ai possibili aspetti di incostituzionalità nella quantificazione di un certo monte ore obbligatorio da dedicare alla ricerca, evidenziati dal senatore Treu, ribadisce di averli già espressi durante la relazione introduttiva. Nota poi con piacere la concordanza manifestata dai senatori Treu e Calabrò circa l’auspicio di una correlazione fra risultati ottenuti e retribuzione dei docenti, ben al di là della eliminazione degli automatismi retributivi. Relativamente ai dubbi avanzati dai senatori Livi Bacci, Possa, Baldassarri e Anna Maria Serafini sulla fissazione per legge di una determinata quota di esterni, propone di sottoporre a verifica triennale questa innovazione legislativa.
    Ritiene invece maggiormente distante rispetto all’indirizzo generale l’intervento del senatore Giambrone, di cui non condivide fra l’altro la critica sul fatto che il metodo di elezione dei rettori potrebbe accentuare l’influenza dei professori ordinari: precisa in proposito che gli ordinari sono semmai una minoranza nel corpo elettorale. Non concorda neanche con il rilievo sul sistema di accreditamento delle università, che a giudizio del senatore Giambrone rischia di differenziare fra atenei di “serie A” e di “serie B”. Puntualizza in merito che l’accreditamento è uno dei passaggi più innovativi e condivisibili del testo governativo, che va nella direzione di una effettiva trasparenza e tutela in primo luogo a vantaggio degli studenti. Si esprime dunque a favore di una seria differenziazione, purchè si dia vita, con accordi di programma, ad un risanamento profondo di tutte le università in difficoltà. Respinge inoltre le critiche al commissariamento degli atenei in stato di dissesto, rivendicando di averlo previsto già nel disegno di legge della maggioranza e di averne richiesto l’inserimento anche nella proposta dell’Esecutivo. Giudica infatti intollerabile che atenei sull’orlo del fallimento continuino a dissipare risorse pubbliche senza che lo Stato possa intervenire, affermando del resto che la reazione alla mala gestione non ha nulla a che vedere con una presunta volontà privatizzatrice. Né reputa convincenti le opinioni sulle chiamate effettuate in loco, sotto “il controllo delle università”: sarebbe infatti impossibile responsabilizzare le università per le scelte fatte se la chiamata dei professori dovesse essere imposta dall’esterno. Circa la figura del ricercatore a contratto, giudicata negativamente dal senatore Giambrone, ritiene invece che essa possa stimolare la produttività scientifica e l’impegno all’interno dell’Accademia, consentendo una più adeguata selezione senza prefigurare intoccabili rendite di posizione. Sottolinea comunque l’importanza di una programmazione seria delle chiamate a professore associato e dei relativi stanziamenti, per garantire adeguate prospettive di carriera ai giovani ricercatori, evidenziando altresì la necessità che gli assegnisti possano godere di una tutela previdenziale.
    Per quanto riguarda l’intervento del senatore Vetrella, conviene con la pressante esigenza di una politica premiale verso chi ottenga risultati di qualità, accompagnata da più efficaci sanzioni verso chi non faccia il proprio dovere.
    Raccoglie poi l’invito della senatrice Vittoria Franco a garantire la posizione di coloro che abbiano conseguito l’idoneità prima dell’entrata in vigore del disegno di legge in esame e che non siano stati ancora assunti perché “i rispettivi atenei non erano nelle condizioni di farlo”, assicurando che valuterà positivamente un emendamento in questa direzione. Rammenta in proposito di aver già segnalato nell’esposizione introduttiva l’opportunità di non paralizzare l’assunzione di chi abbia acquisito l’idoneità con i concorsi attualmente in svolgimento.
    Con riferimento all’intervento del senatore Procacci, nega la presunta riduzione della rappresentanza del personale tecnico-amministrativo e di quella degli studenti, precisando che per il primo nulla cambia, mentre i secondi sono gli unici soggetti ad essere espressamente rappresentati nel consiglio di amministrazione; rimarca altresì che una pluralità di norme ne garantisce la presenza nei vari organismi, arrivando a prevedere, all’interno dei dipartimenti, commissioni paritetiche docenti-studenti per svolgere attività di monitoraggio dell’offerta formativa. Appare invece a suo avviso condivisibile il superamento delle distinzioni di carriera tra ricercatori a contratto e a tempo indeterminato: al riguardo propone di estendere il meccanismo della cosiddetta tenure track anche ai ricercatori a tempo indeterminato.
    Si dichiara inoltre d’accordo con il senatore Pittoni circa la richiesta di assegnare alle università sottofinanziate fondi aggiuntivi finalizzati al riequilibrio, pur rilevando come questa istanza possa realizzarsi soltanto prevedendo nuove risorse, con un aumento degli stanziamenti complessivi al sistema universitario. Altrimenti, precisa, il combinato disposto della diminuzione dei finanziamenti pubblici e del meccanismo premiale del 7 per cento, che già trasferisce risorse all’interno dello stesso sistema universitario, renderebbe impraticabile un ulteriore spostamento di fondi tra università volto al riequilibrio.
    Dopo aver puntualizzato l’imprescindibile esigenza di evitare la chiusura di molti atenei, esprime apprezzamento per la ricostruzione del modello austriaco svolta dal senatore Asciutti. Ricorda peraltro che la tendenza a rafforzare la governance di ateneo ha caratterizzato recentemente diversi modelli in Europa e nel mondo come ad esempio è avvenuto in alcuni Länder tedeschi o in Giappone. Reputa tuttavia necessario che a tale rafforzamento corrisponda un bilanciamento di poteri, conferendo ad organi rappresentativi della comunità accademica poteri di controllo e di iniziativa. In questo contesto, non condivide la soluzione del legislatore austriaco volta ad attribuire al rettore il potere di nomina dei direttori dei dipartimenti, che rischia di sbilanciare a tutto favore dell’organo di governo centrale i rapporti interni agli atenei. In ordine ai miglioramenti del testo in materia di governo del consiglio di amministrazione, afferma che se la riserva al rettore del ruolo di presidente del consiglio stesso appare forse troppo rigida, va senz’altro garantita la possibilità di attribuire agli statuti la scelta fra una governance monocratica ovvero duale. Una prospettiva che imponga per legge soluzioni diverse potrebbe infatti essere poco rispettosa dell’autonomia universitaria e foriera di possibili inefficienze di gestione.
    Concorda inoltre con la proposta di rendere più effettivi i poteri sanzionatori del consiglio di amministrazione; al riguardo, ribadisce l’ipotesi di eliminare la giurisdizione domestica del CUN, prevedendo nel contempo una certificazione delle ore di didattica. Manifesta altresì interesse verso la rinnovata attenzione ai rapporti fra atenei e facoltà mediche, auspicando suggerimenti concreti nell’ambito dell’attività emendativa. Conferma infine il proprio favore per la diminuzione delle deleghe legislative.
    Dopo aver espresso apprezzamento per l’intervento del senatore Pardi, laddove rifiuta l’idea di trasformare il ricercatore in una sorta di impiegato e contrasta “la dittatura del tempo”, si compiace poi per la disponibilità manifestata dal senatore Rusconi a collaborare al miglioramento del testo. Nel ribadire l’intenzione di procedere ad una riscrittura di alcuni passaggi del disegno di legge, invita tuttavia a non confondere un dibattito libero e serio, come quello che ha caratterizzato tutti gli interventi, con un disimpegno di alcuni verso il provvedimento governativo. Sottolinea infatti la responsabilità e compattezza della maggioranza, che ha dato prova di voler onorare appieno la dignità ed il ruolo del Parlamento non limitandosi, come troppo spesso è accaduto negli ultimi anni, a farsi mero portavoce di progetti governativi, ma intervenendo attivamente nella redazione di una riforma importante per l’università italiana. Rimarca pertanto che la serietà con cui il Centro-destra ha svolto il suo ruolo dovrebbe essere una garanzia per un’opposizione che si voglia confrontare in maniera costruttiva su grandi temi, assumendo ciascuno, secondo i propri valori e le proprie sensibilità, precise responsabilità. In conclusione, nella comune consapevolezza che la riforma in atto rappresenta l’occasione per accentuare il ruolo determinante del Parlamento, si dichiara certo che questa grande opportunità non andrà sprecata. In tal senso, assicura che manterrà fede all’impegno assunto.

    Il seguito dell’esame congiunto è rinviato.

  3. Leo scrive:

    Che depressione! Questo ministro è un giovane avvocato che è andato fare l’esame di stato a Catanzaro e ci insegna la meritocrazia, l’efficienza e il risanamento…

    Buona notte popolo!

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